Così Assange brucia le fonti e dà la colpa alla trasparenza altrui
“Diversi monaci tibetani che hanno parlato con i nostri ufficiali a Pechino hanno espresso enorme sostegno per la decisione del presidente Obama di incontrare il Dalai Lama”, scriveva nel febbraio del 2010 l’ambasciatore americano a Pechino, Jon Huntsman. Il cable, naturalmente, è stato pubblicato da Wikileaks nella grande abbuffata di trasparenza da 251.287 documenti diplomatici messi in rete senza omissis e reticenze protettive, cosa che Julian Assange avrebbe “in qualche modo voluto fare”, come racconta James Ball.
14 AGO 20

“Diversi monaci tibetani che hanno parlato con i nostri ufficiali a Pechino hanno espresso enorme sostegno per la decisione del presidente Obama di incontrare il Dalai Lama”, scriveva nel febbraio del 2010 l’ambasciatore americano a Pechino, Jon Huntsman. Il cable, naturalmente, è stato pubblicato da Wikileaks nella grande abbuffata di trasparenza da 251.287 documenti diplomatici messi in rete senza omissis e reticenze protettive, cosa che Julian Assange avrebbe “in qualche modo voluto fare”, come racconta James Ball, ex adepto di Wikileaks passato alla corte dei “traditori” del Guardian. Nella nota diplomatica spuntano nomi e cognomi dei monaci che passavano al governo americano informazioni circa la repressione del Politburo cinese sui tibetani: Suoang Zhaxi, monaco della provincia di Qinghai, aveva invitato l’ufficiale americano a fargli visita nel college buddista di Pechino, ma presto si era corretto.
Troppo pericoloso incontrare uno straniero nella scuola controllata giorno e notte dall’occhio del regime. L’abate Gebchak Wangdrak Rinpoche ha spiegato invece all’ambasciata che la comunità di 400 consacrate buddiste era in fermento per la visita di Obama al Dalai Lama, felicità che non poteva che dispiacere agli ufficiali di Pechino: “Non intromettetevi nei nostri affari interni” è la frase precotta che gli uomini del partito servono a ogni contatto diplomatico con Washington.
Ora la schiera dei monaci tibetani che affiora nei documenti rischia seriamente che la macchina del potere di Pechino si vendichi per le sue amicizie americane, così come rischiano decine di altre fonti che per la prima volta sono state esposte con nome e cognome. Ci sono traduttori, consiglieri, informatori, agenti sotto copertura e collaboratori informali che ora temono rappresaglie. L’Associated Press ha contato novanta nomi ad altissimo rischio, ma nel caso dei monaci buddisti c’è la sintesi perfetta del paradosso di Wikileaks, organizzazione che per tenere fede al moralismo della trasparenza finisce per offrire le armi ai regimi che si dedicano con passione alla negazione della trasparenza.
C’è stato un tempo in cui Wikileaks aveva un debole per la causa tibetana: l’attivista islandese Birgitta Jónsdóttir, ex portavoce dell’organizzazione di Assange, ha dedicato una vita al riconoscimento dei diritti del Tibet e, come ha detto in un’intervista, vuole “trasformare l’Islanda in un rifugio informatico sicuro per le minoranze oppresse, come i tibetani”. E il paradosso dell’esposizione delle fonti nasconde un secondo livello di contraddizione, quello in cui Wikileaks denuncia il Guardian per avere svelato in forma integrale le informazioni che lo stesso Assange aveva ottenuto (e pubblicato) illegalmente dall’analista Bradley Manning. Il giornalista del Guardian David Leigh ha rivelato in un libro la password del server in cui erano contenute le informazioni; nulla di compromettente finché nessuno – a parte Assange e quattro giornali che non avrebbero sputtanato le fonti del dipartimento di stato a cuor leggero – può accedere al server.
E’ qui che arriva Daniel Domscheit-Berg, ex portavoce tedesco di Wikileaks progressivamente trasformato in un antagonista di Assange sul suo stesso terreno. Prima di andarsene da Wikileaks per fondare Openleaks, Domscheit-Berg si è fatto una copia del server sul quale erano contenuti i cable senza censure. La password l’ha trovata nel libro di Leigh. Alle schiene dritte di Assange e dei suoi è sfuggito il dossier più pericoloso e ora per sfogare la loro rabbia accusano la trasparenza altrui.
Troppo pericoloso incontrare uno straniero nella scuola controllata giorno e notte dall’occhio del regime. L’abate Gebchak Wangdrak Rinpoche ha spiegato invece all’ambasciata che la comunità di 400 consacrate buddiste era in fermento per la visita di Obama al Dalai Lama, felicità che non poteva che dispiacere agli ufficiali di Pechino: “Non intromettetevi nei nostri affari interni” è la frase precotta che gli uomini del partito servono a ogni contatto diplomatico con Washington.
Ora la schiera dei monaci tibetani che affiora nei documenti rischia seriamente che la macchina del potere di Pechino si vendichi per le sue amicizie americane, così come rischiano decine di altre fonti che per la prima volta sono state esposte con nome e cognome. Ci sono traduttori, consiglieri, informatori, agenti sotto copertura e collaboratori informali che ora temono rappresaglie. L’Associated Press ha contato novanta nomi ad altissimo rischio, ma nel caso dei monaci buddisti c’è la sintesi perfetta del paradosso di Wikileaks, organizzazione che per tenere fede al moralismo della trasparenza finisce per offrire le armi ai regimi che si dedicano con passione alla negazione della trasparenza.
C’è stato un tempo in cui Wikileaks aveva un debole per la causa tibetana: l’attivista islandese Birgitta Jónsdóttir, ex portavoce dell’organizzazione di Assange, ha dedicato una vita al riconoscimento dei diritti del Tibet e, come ha detto in un’intervista, vuole “trasformare l’Islanda in un rifugio informatico sicuro per le minoranze oppresse, come i tibetani”. E il paradosso dell’esposizione delle fonti nasconde un secondo livello di contraddizione, quello in cui Wikileaks denuncia il Guardian per avere svelato in forma integrale le informazioni che lo stesso Assange aveva ottenuto (e pubblicato) illegalmente dall’analista Bradley Manning. Il giornalista del Guardian David Leigh ha rivelato in un libro la password del server in cui erano contenute le informazioni; nulla di compromettente finché nessuno – a parte Assange e quattro giornali che non avrebbero sputtanato le fonti del dipartimento di stato a cuor leggero – può accedere al server.
E’ qui che arriva Daniel Domscheit-Berg, ex portavoce tedesco di Wikileaks progressivamente trasformato in un antagonista di Assange sul suo stesso terreno. Prima di andarsene da Wikileaks per fondare Openleaks, Domscheit-Berg si è fatto una copia del server sul quale erano contenuti i cable senza censure. La password l’ha trovata nel libro di Leigh. Alle schiene dritte di Assange e dei suoi è sfuggito il dossier più pericoloso e ora per sfogare la loro rabbia accusano la trasparenza altrui.